Una moto da fuoristrada cinese da 27.800 yuan, quest’estate è andata a sporcarsi di fango in Romania.
Partiamo dalla gara. La Red Bull Romaniacs, hard enduro: chi va in fuoristrada sa quanto sia estrema questa competizione, tra i Carpazi, giorni e giorni in sella, e chi riesce a finire è stabilmente meno del sessanta per cento. Le moto dei team ufficiali delle varie nazioni, prima della partenza, vanno praticamente tutte smontate e rinforzate da capo.

E invece nella zona di partenza di luglio di quest’anno si è infilata un’eccezione.
Una S300R, così come esce dalla fabbrica, nemmeno una vite toccata. Una moto di serie da 27.800 yuan, marchio cinese, si chiama TAIMUMOTO. Il pubblico esperto forse sul momento non ha realizzato: una moto da fuoristrada di serie cinese, per la prima volta su questo tracciato.
La gente dei team ufficiali, sottovoce, sa bene cosa significa. Portare una moto di serie direttamente in gara, in parole povere, significa consegnarla e lasciarla criticare, e i difetti che saltano fuori li vede tutto il mondo.
TAIMU sembra non essersene preoccupata affatto.
Un’azienda che costruisce moto poco “regolare”
La storia di TAIMU parte da Dazu, a Chongqing. Nel 2023, la Chongqing Quzai Technology che le sta dietro si è insediata nella zona high-tech di Dazu.
Nell’immaginario comune, costruire moto: il primo passo è sempre tirare su un capannone, avviare una linea di produzione, no? TAIMU non l’ha fatto. Ha scelto di immergersi direttamente nel distretto industriale della moto di Chongqing.
Chongqing, chi se ne intende lo sa, è il cuore storico dell’industria motociclistica cinese. A chi far saldare il telaio, a chi far tarare l’iniezione elettronica, dove ordinare vernici e quelle piccole clip, nel giro lo sanno tutti, nel raggio di pochi chilometri c’è gente che lo fa da decenni. TAIMU in pratica è andata ad abitare in una superfabbrica già pronta, solo che questa fabbrica non è sua.
Perciò all’inizio l’attività dell’azienda era soprattutto la produzione conto terzi per l’estero, realizzando moto complete e sviluppi su misura per clienti stranieri. Fare OEM sembra una cosa da poco, ma in due anni quanto un’azienda conosca il processo che porta “dal disegno alla moto che si guida” non lo si può fingere.
Chi ha avuto a che fare con il manifatturiero lo sa: fare OEM non è vergognoso, vergognoso è farlo per sempre. TAIMU probabilmente la pensava così, perché mentre faceva conto terzi ha iniziato ad appiccicarsi il proprio nome addosso.
Tra l’idea e la produzione di serie, in mezzo ci sono solo dettagli.

A un’azienda senza fabbrica propria la domanda che viene più facile è questa: l’idea è tua, il lavoro lo fanno gli altri, allora l’idea è ancora tua? Cambi un design, il fornitore lo trova scomodo e non lo vuole fare; cambi una colorazione, la fabbrica ritiene i volumi troppo piccoli e non accetta: cose del genere succedono, eccome.
Il metodo di TAIMU è piuttosto diretto: riportare su di sé, tali e quali, i processi accumulati negli anni del conto terzi. Il design passa prima dalla validazione ingegneristica, qualsiasi modifica va scritta nel linguaggio tecnico che il fornitore capisce, e se un passaggio si blocca non si va avanti. È una seccatura, ma funziona.
Il risultato si vede sulla loro linea di prodotti. Due linee in parallelo, termica ed elettrica; oltre alle moto per adulti ci sono modelli per ragazzi e bambini, e la HS85 da 85cc è regolata apposta sulle proporzioni dei giovani piloti, con carrozzeria alleggerita e potenza contenuta, per paura che i ragazzi non riescano a controllarla.
A settembre, al salone della moto di Chongqing, TAIMU ha esposto tutte queste moto. Dai resoconti dall’evento si legge che davanti allo stand si sono susseguiti gruppi su gruppi di concessionari esteri, tutti arrivati con il blocchetto degli ordini in mano.
La gara ha perso in dati, ma ha vinto altro

Torniamo alla gara in Romania.
Come sia andata alla fine la S300R, i resoconti pubblici non lo dicono nel dettaglio. Ma una cosa è certa: dopo la gara il fondatore Shi Jian non ha riportato a casa un comunicato di festeggiamenti, ma una pila di dati sui difetti emersi in gara. Al rientro, il supporto del freno posteriore è stato aggiornato, e il sistema di iniezione elettronica è stato cambiato su tutta la gamma.
Questo è probabilmente il passaggio che più di tutti volevo scrivere in tutto l’articolo. La moto è stata messa alla prova per giorni sul tracciato più difficile del mondo, l’azienda non l’ha nascosto e al ritorno ha corretto i difetti. Dopo le modifiche, Shi Jian ha detto questo ai distributori esteri: “La moto che vendete nel vostro negozio e quella che corre sul tracciato più difficile del mondo escono dalla stessa linea di produzione.”
Chi vende moto ci va matto. Dopotutto, il peggior incubo di un titolare di negozio all’estero è il catalogo che sembra bellissimo, la moto che dopo due giorni dà problemi e i ricambi tutti bloccati in magazzino.
Ma alla fine è davvero “senza fabbrica”?
Arrivati a questo punto, qualcuno potrebbe ancora storcere il naso: non costruire una fabbrica propria, non è un marchio un po’ vuoto?
Io invece credo che la questione vada guardata da un’altra angolazione. La produzione di serie, il punto non è mai stato su chi sia scritto sull’atto di proprietà del capannone, ma su tre cose: se sul fronte dell’idea si ha voce in capitolo, se la filiera regge, se il prodotto si ha il coraggio di portarlo fuori a farlo verificare. Con tutte e tre, quella S300R da 27.800 yuan ha il diritto di stare sulla stessa pista delle moto dei team ufficiali che costano dieci volte tanto.
Da OEM a marchio, la strada di TAIMU non sarà magari la più corretta, ma almeno l’ha percorsa fino in fondo. Per quei team che hanno idee in mano e non hanno asset pesanti in bilancio, la città di Chongqing stessa potrebbe essere la risposta: il capannone può essere di altri, il nome deve essere il proprio.
